Il metodo floor time

Stamattina la mamma di un compagnetto di terapia di Ciock mi chiedeva come fossimo riusciti ad ottenere che il nostro cucciolo fosse così comunicativo con gli altri.

In realtà il percorso è stato piuttosto lungo, ma neanche troppo difficile perchè di base Ciock è per natura un bambino comunicativo.

Semmai la difficoltà stava nell’insegnargli un linguaggio efficace e soprattutto dargli la spinta a condividere le sue attività. In questo sono stati di grande aiuto la lettura di questo libro e l’applicazione del metodo Floortime.

In realtà il metodo è molto meno complicato di quanto si possa immaginare e, una volta letto il libro, o meglio, i libri ( sono due volumi) risulta estrememente naturale da applicare in casa.

Quello di cui vorrrei parlarvi però è il modo in cui noi lo abbiamo adottato, perchè è  evidente che, dato un metodo, la sua applicazione deve essere diversificata a seconda delle caratteristiche di quello specifico bambino.

Ciock da un punto di vista prettamente diagnostico, non è mai stato un autistico ipertipico.

Da parte sua infatti, la ricerca dell’altro e della condivisione sono sempre stati presenti, ma con modalità ripetitive e stereotipate anche nell’organizzazione del gioco, che si manteneva afinalistico e rigido.

Il Floor time è stato applicato da parte nostra in maniera molto spontanea, dedicando del tempo, all’interno dei nostri normali pomeriggi di gioco insieme a lui, alla strutturazione di giochi mirati.

La chiave di volta del metodo, così per come lo abbiamo interpretato e adoperato, è stata quella dell‘ostruzione giocosa.

Ciock, già a tre anni, era capace di coinvolgere l’altro nel suo gioco, ma si avvitava nella ripetizione sempre uguale delle stesse sequenze.

Lentamente, anche a costo di farlo arrabbiare, abbiamo incominciato a interrompere queste sequenze, proponendogli delle alternative, spezzando le loops che lui creava e dalle quali non sapeva o non voleva tirarsi fuori.

Il Floor time  prevede sedute di 20-30 minuti, ripetute più volte al giorno.

Noi non siamo stati così rigidi, abbiamo preferito diluire il gioco terapeutico, all’interno del gioco spontaneo.

Il fine è quello di far introiettare al bambino il concetto di interazione, ma anche di potenziare la sua capacità di tollerare le frustrazioni.

Molti bambini autistici, e il mio tra questi, apprendono per memorizzazione e la memorizzazione porta all’intrioezione.

Ma tutto questo non è possibile, se alla base del gioco non vi è la condivisione emotiva.

Sembrerebbe che i bambini autistici non siano capaci di condivisione emotiva nè di empatia…

E invece noi abbiamo scoperto che ciò non è assolutamente vero.

Forse perchè istintivamente abbiamo sempre giocato con nostro figlio in modo non stereotipato, ma neanche troppo strutturato, lasciando la fantasia libera di fluire, aiutandolo solo a metterla in ordine e a darle una forma compiuta.

Non dico che attraverso il floor time si possano ottenere risultati miracolosi, ma se lo si abbina alle altre terapie, rappresenta sicuramente un momento di grande sviluppo per il bambino.

Ma soprattutto lo rappresenta per noi genitori.

Chiunque abbia un figlio autistico sa bene quanto possa essere difficile giocare con lui.

Il floor time insegna molto ai genitori.

Insegna ad aspettare e rispettare i tempi del bambino, a comprendere il suo gioco e le sue finalità, insegna il rispetto e la curiosità nei confronti del pensiero di nostro figlio autistico.

A volte è facile pensare che dietro i comportamenti ripetitivi, le stereotipie, le frasi sconnesse, non esista un pensiero strutturato, nè la possibilità di comprenderlo.

La sfida è proprio penetrare all’interno di questo pensiero (che c’è ed è vivissimo!) e trovare la chiave di lettura per comprenderlo e tradurlo.

Il floor time non obbliga solo il bambino a interagire con l’altro in maniera emotiva, obbliga anche il genitore a capire cosa stia facendo il bambino, capirlo e agire di conseguenza, passo dopo passo, botta e risposta.

E questa è un’esperienza meravigliosa.

Che oggi permette al mio Ciock di strutturare i suoi giochi in maniera compiuta e anche in totale autonomia.

Se fino a tre anni fa giocare con gli animali, per lui, significava metterli in fila sul bordo del tavolo, oggi significa costruire loro una casa, dargli da mangiare, creare relazioni tra  di loro, essere regista e attore di storie inventate da lui. E soprattutto, significa chiamare mamma e papà perchè impersonino, insieme a lui, la pecora, il montone e l’agnellino.

E chi di voi condivide le nostre esperienze con un piccino autistico, sa bene quanto ciò sia straordinario!

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Informazioni su Melia

Mi chiamo Valentina, Melia è il diminuitivo di Melissa, il nome della mia gatta nera. Sono una che scrive, da sempre, e che lotta, da sempre. E che cresce con i propri figli. Da sei anni.
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6 risposte a Il metodo floor time

  1. Mia ha detto:

    Mi commuovi sempre….

  2. Plotina ha detto:

    Dunque, in questi giorni io credo di avere avuto una grande fortuna. Quella di conoscerti e di conoscere il tuo blog.

  3. angela ha detto:

    ….sei semplicemente grande…. e io sono orgogliosa di essere tua amica…!

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