Punti di vista

A volte, osservando mio figlio, mi rendo conto di aver perso di vista (o di perdere di vista a tratti) il suo essere semplicemente un bambino come tanti altri.
Con delle modalità espressive particolari, con dei comportamenti a volte bizzarri… Ma in fin dei conti, nient’altro che un bambino.
Un bambino la cui caratteristica peculiare, quella che lo rende così speciale, è l’assoluta mancanza di sovrastrutture.
Il suo candore.
Lui non mente, non si nasconde, non si protegge, non finge.
Ma crea, inventa, immagina, costruisce mondi alternativi dai colori sgargianti e dai suoni potenti.
E e le sue fantasie si tramutano immediatamente in parole, azioni, gesti.
A volte in maniera esplosiva e incontrollata.
E questo è ciò che noi chiamiamo iperattività: questa totale mancanza di filtri.
E ci sforziamo di insegnarglieli, perché i suoi comportamenti risultino più congrui all’interno di una struttura sociale e comunitaria.
“Non si canta in classe, non si chiacchiera con le fatine e gli elfi mentre si colora”.
E perché no?
Be’, perché e si disturbano gli altri, altrimenti quale sarebbe il problema?
Nessuno.
Però glielo si dice lo stesso anche quando in realtà non c’è nessuno da disturbare.
“La tivù si guarda stando seduti e non ballandoci davanti”.
E perché poi?
Ma perché ci disturba la sua incapacità di stare fermo, ci fa venire il mal di testa… Perché sennò?
In realtà che bisogno c’è di stare seduti?
Nessuno.

E mentre così riflettevo, mi è venuta in mente una bambina.
Una bambina che trascorreva lunghi pomeriggi in solitudine, disegnando e ritagliando bambole di carta dagli abiti sontuosi e inventando storie avvincenti e intricatissime.
Non una parola usciva dalla sua bocca, ma la sua immaginazione era un fiume in piena, un tumulto di voci, immagini, rumori, musica,colori, grida, temporali, mari in tempesta, spiagge assolate,teatri, castelli, nuvole, incantesimi, animali selvaggi, giungle, cavalieri, strade buie, amanti, assassini, soldati ballerine, amazzoni, maghi e non so che altro ancora.

Tutto nella sua mente.

Dall’esterno, una ragazzina silenziosa e un po’ anonima, incorniciata dal cono di luce della lampada da tavolo.
Pochi gesti precisi.
Disegnare, colorare, ritagliare.

Nella sua mente, universi creati per implodere.

Cosa sarebbe potuto accadere, se ciò che viveva dentro di lei, fosse venuto fuori?
Se ogni personaggio avesse detto la sua, se ogni sogno avesse preso vita, con ogni incantesimo, ogni danza, ogni battaglia, ogni magia?

Probabilmente si sarebbe detto che era matta.
O iperattiva.
L’avrebbero portata dallo psicologo, dal neuropsichiatra infantile, dalla psicomotricista.
Forse le avrebbero dato il Ritalin.

Per fortuna, tutto quel mondo tumultuoso e magico se ne stava ben chiuso nello scrigno segreto della fantasia e non faceva danni.
Niente Ritalin, quindi.
Pericolo scampato.
Peccato che tutti quei personaggi, gli amici inseparabili di una lunga infanzia (una volta l’infanzia era lunga, durava come minimo fino al ginnasio) a forza di restare custoditi nel cuore della bambina, cominciarono a sentirsi soffocare, mancava l’aria lì al chiuso, anche loro avevano voglia di uscire.
Ma non potevano.
(rischio Ritalin, ricordate?)
E così, man mano che la bambina cresceva, si trasformava in adolescente prima, in adulta poi, le storie e i personaggi dovettero lasciar posto ad altro: i desideri, le pene d’amore, la paura
dei professori, i calendari degli esami, le sbronze con le amiche, il batticuore della prima corsa in moto, lo sconcerto dell’innamoramento totale e definitivo.

Cose belle e cose brutte, ma tutte occupavano spazio…
E così le storie si rincantucciarono in un angolino sempre più piccolo, sempre più stretto…
Smisero di proliferare, diventarono asfittiche.
E poi morirono, per lasciare spazio ad altro.
La bambina cresciuta si tenne dentro il piccolo dolore di quel piccolo lutto e non ci volle più pensare.
Finche un giorno, la sua Fata madrina (si, quella bimba fortunata aveva una Fata madrina, una piccola signora mingherlina dagli occhi azzurri e i capelli di neve) non decise che era ora di ridar vita a tutte le storie, e con un lungo e paziente lavoro, riuscì a ritrovarle quasi tutte in giro per il mondo.
Non erano morte, erano solo sparpagliate.
E tornarono.
Ma questa è tutta un’altra storia…..

Quella bambina ovviamente ero io, una bambina normale, che stava alle regola, che rispettava il turno, non gridava e si sedeva quando glielo chiedevano.
E che ad un certo punto, si è persa tutte le sue storie per strada.
(benedetta Fata madrina, che gliele ha ritrovate!)

Mio figlio è stancante, sfiancante a volte, impossibile da tenere a freno, a tratti incapace di giocare con gli altri o di fare una cosa come la farebbe chiunque (poi ovviamente la fa in maniera diversa e a me incomprensibile, e ottiene risultati strabilianti)….
Ma è pieno di storie.
E quelle non stanno dentro il suo cuore,ma debordano all’esterno e invadono l’ambiente circostante, con gran frastuono.

Ecco, quello che che io non so, quello che mi chiedo, è se abbiamo il diritto, noi adulti “sani” di chiamare questa, malattia.
E di cercare di curarla.
Quando forse sarebbe più saggio metterci in ascolto dei bambini iperattivi e cercare di comprendere il loro mondo e il loro strano linguaggio.
Chissà…. Forse riusciremmo a recuperare le storie che erano in noi, e che abbiamo ucciso a suon di regole e catene.

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Informazioni su Melia

Mi chiamo Valentina, Melia è il diminuitivo di Melissa, il nome della mia gatta nera. Sono una che scrive, da sempre, e che lotta, da sempre. E che cresce con i propri figli. Da sei anni.
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4 risposte a Punti di vista

  1. Daria ha detto:

    Letto tutto di un fiato… mi hai fatto venire i brividi, una sorta di deja-vu… eri tu, ero io… è mai figlia, persa nelle sue fantasie che in questo periodo disegna castelli…

  2. il comandante ha detto:

    e pensare che per alcune culture sono il tramite per arrivare alla divinità : ma in occidente molte cose ci disturbano. devo riflettere e rilassarmi di più.

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