Momenti

Mi siedo sulle scale della scuola e lascio vagare il pensiero.
C’è un po’ di sole che fa bene all’anima.
Inverno rigido questo, anche qui, in questa terra riarsa.
La mente vaga libera, senza vincoli, senza obbligati.
Mi rivedo in una mattina come questa, più o meno alla stessa ora, seduta su una panchina in piazza Dante.
Ho poco più di vent’anni.
Le lezioni all’università sono finite prima.
Sto lì a scaldarmi la schiena e scrivo.
Niente iPad, solo un quaderno dei miei, e una penna.
Sto scrivendo una lettera all’uomo che amo e che non so se resterà al mio fianco.
È un momento difficile.
Una storia in bilico tra l’amore e la responsabilità.
Scrivo come in trance, l’unico modo che conosco per lasciar fluire liberamente le emozioni.
Ho in tasca uno dei miei primi telefonini e lo controllo ogni tre secondi, sperando che il suo ostinato silenzio sia dovuto ad un problema di ricezione.
Macché…. Campo pieno.
E poi eccolo lo squillo.
Ecco il nome suo sul display.
Rispondo felice, la voce trillante… Non ho atteso invano.
Ma non è il motivo desiderato che ha dato spunto alla telefonata.
Sono io, chiama tuo padre.
Capisco e vorrei non aver capito.
Chiamo e faccio finta di nulla, come se niente fosse, come se non sapessi di che si tratta.
E invece ho già capito tutto.

Di mio nonno ho tanti ricordi, legati ad un’infanzia lontanissima.
Mi veniva a prendere a scuola, andavamo a comprare il pane e mi portava a casa sua, dove mia nonna, contravvenendo alle precise regole di mia madre, mi lasciava pranzare davanti alla tivù, su uno sgabello apparecchiato con una tovaglietta e con una seggiolina di legno verde dalla seduta in paglia.
Poi la nonna andava a riposare e io restavo con lui.
Mi comprava il Corriere dei Piccoli, con le storie di Pimpa e di Mafalda.
Costruivamo delle piccole città di cartone colorato.
Guardavamo i cartoni.
Sempre che non ci fosse il Giro d’Italia o il Tour de France.
Odiavo quelle gare ciclistiche che mi impedivano di godermi in santa pace Bim Bum Bam.
Ma mi piaceva stare in sua compagnia.
Non parlavamo molto, non era di quei nonni che raccontano storie e inventano giochi, o che ti accompagnano al parco.
Però mi prendeva in braccio per farmi guardare la Littorina, che passava fischiando proprio casa.
E mi insegnava a sbucciare le arance a spicchi e non in tondo.
E a giocare a scopa.

Poi un giorno qualcosa si ruppe dentro di lui.
All’inizio ridevamo dei suoi vuoti di memoria, del suo ripetere all’infinito sempre le stesse domande.
Erano gli anni 80, non si sapeva molto di questa strana malattia che inceppa i circuiti e ti fa perdere memoria di te stesso.
Del suo passato si ricordava ancora, del suo mare e di quella grande casa dove erano nati i suoi figli.
Ma cosa avesse fatto il giorno prima, era buio fitto.

Non andavamo più a fare la spesa insieme.
Prima dimenticò la lista degli acquisti, poi la strada di casa.
Poi i nomi degli amici e dei parenti.
E i loro visi.

Diciotto anni per annullare ogni briciolo della sua identità.

Alla fine la mia unica consolazione era essere una delle poche persone, insieme a sua moglie e a sua figlia, che ancora riconosceva.

Ho avuto la possibilità, grazie al mio uomo, di potermi prendere cura di lui, o meglio del suo corpo, durante gli ultimi giorni.
Prendergli una vena con le mani tremanti e lo sguardo velato dalle lacrime.
Ricucirgli una ferita che si era fatto in testa,cadendo.
Farlo io, da sola, per l’amore di non lasciarlo nelle mani di altri.
Occuparmi almeno del suo corpo.
Perché lui, in quel corpo grande, non c’era più da tanto tempo.

E poi quella telefonata.
E la voglia di cancellare gli ultimi anni e di ricordare solo i suoi momenti migliori, quelli finiti troppo presto.

L’ultimo ricordo è una fuga precipitosa fuori dalla chiesa, per non ascoltare le parole di un prete che nulla sapeva di lui e improvvisava frasi retoriche, buone per tutte le stagioni.
Ma non era una stagione qualunque.
Era un autunno piovoso, che ben si sposava con lo smarrimento di una giovane studentessa di medicina, che realizzò all’improvviso di essere troppo poco per riportare indietro quel nonno.

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Informazioni su Melia

Mi chiamo Valentina, Melia è il diminuitivo di Melissa, il nome della mia gatta nera. Sono una che scrive, da sempre, e che lotta, da sempre. E che cresce con i propri figli. Da sei anni.
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3 risposte a Momenti

  1. il comandante ha detto:

    non te lo perdono, mi hai fatto piangere e ancora deve cominciare la mia giornata. spero di riuscire a mollare gli ormeggi.

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