Crocchette di patate e broccoli

In piena crisi creativa, ieri ho aperto il frigorifero e mi sono lasciata prendere dallo sconforto.
Avevo pochissimo tempo per cucinare, molta voglia di coccolare il Nero, di rientro da una giornata particolarmente pesante, e nessuna idea in mente su cosa preparare per cena.
Ma soprattutto, un mal di testa da Guinness dei Primati.
Sembravo io il primate.
Volevo qualcosa che si cucinasse da sè!
Così ho deciso di improvvisare e ho cominciato a buttare un po’ di roba in pentola.
Nello specifico:
Quattro patate di media grandezza, sbucciate e tagliate a pezzi,
Le cimette di un mazzo di broccoli (mon amour!)
una cipolla bionda
Due pugni di orzo perlato bio.
Ho messo tutto a cuocere nell’acqua bollente, con un po’ di sale integrale e ho aspettato l’ispirazione.
Che è arrivata dal blog di Glores, grande esperta di polpette vegetariane e vegane.
Una volta ultimata la cottura, ho scolato il tutto e l’ho travasato in una terrina.
Ho aggiunto un po’ di aglio in polvere, semi di finocchio e di sesamo, foglie di basilico, e ho cominciato ad impastare.
Siccome mi sapevano di poco, ci ho aggiunto un po’ di primo sale a pezzettini (si sa che il formaggio è la mia principale deroga al veganesimo!).
Ho modellato delle crocchette ovali e un ‘ schiacciate e le ho passate nel pangrattato aromatizzato (aromatizzato da me, mescolandolo con erbette varie: provenzali, erba cipollina, cumino,coriandolo e non so che altro).
Avrei voluto friggerle, ma me ne mancavano il tempo e la voglia, così le ho disposte sulla leccarda, coperta con carta forno, le ho bagnate con un filo d’olio evo e le o schiaffate in forno per 15 minuti.
Il commento del Nero a fine serata è stato: ” levamele davanti perché me le finisco tutte!”
In effetti le dosi riportate hanno dato vita ad una trentina di crocchette.
Un po’ troppe per due persone (e mezza, considerando pure la Fragola,che non se l’è fatte scappare!).

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Per te

Stanno sbocciando le fresie.
Come sempre, il loro profumo è il tuo profumo.
E tu sei sempre con me.

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Nonsolotetta

Se ne dicono tante sull’allattamento al seno.
È uno degli argomenti più gettonati sul web e fuori dal web, nei salottini dei pediatri e al supermercato, sulle riviste di puericultura e su quelle di chirurgia estetica.
E ultimamente è talmente gettonato da trovarsi al centro di una tempesta su fb, che ha gentilmente vietato di postare fotografie di mamme che allattano, perché considerate oscene.
Roba da matti.
Di tetta e latte si parla e si scrive a vario titolo.
C’è chi inneggia all’allattamento a richiesta e ad oltranza, promuovendo campagne mirate alla sensibilizzazione della mamme e future mamme (tristissima questa cosa: dover rieducare l’essere umano femmina, mammifero e naturalmente ” lattifero” ad un gesto che dovrebbe essere assolutamente spontaneo e scontato).
E c’è chi invece vede come il fumo negli occhi chi allatta e chi raccomanda di allattare.
Perché allattare significa essere schiave, perché i figli allattati a lungo sono dipendenti e mammoni, perché la mamma che offre la tetta ad un bambino maggiore di sei mesi è una madre simbiotica, perché sta assecondando un bisogno che è solo suo (esilarante l’immagine di una mamma con tetta al vento che insegue il figlio di due anni in fuga! Se ne vedono ogni giorno, vero?).
Fino ad affermazioni deliranti e quasi divertenti che ravvisano nell’allattamento prolungato, la scaturigine di disturbi del comportamento alimentare, identificando nel seno un oggetto persecutorio e minaccioso (e dimenticando che in letteratura le madri delle ragazze anoressiche sono descritte come fredde, mutevoli, incostanti, manipolative e anaffettive. Madri a basso contatto, la cui esigenza simbiotica non si manifesta con un eccesso di affettività,ma al contrario con un controllo spasmodico e distante sulle figlie. Senza considerare che nella mia minuscola esperienza, tutte le ragazzine con DCA che ho conosciuto erano state allattate per pochissimi mesi, se non mai, e poi nutrite con il biberon; ma i miei dati sono esigui e non costituiscono certo una statistica.)
Ma è facile fare confusione, più per mala fede che per ignoranza a mio parere, rimescolando le carte in modo da dar vita ad un’insalata mista di nozioni pseudo psicoanalitiche che possono solo offendere chi di psicoanalisi si occupa davvero.
Di seno persecutorio parlava già la Klein, ma in un’ottica che nulla aveva a che fare con il naturale allattamento prolungato e a richiesta. (Fa un po’ specie agli ostinati psicodetrattori dell’allattamento prolungato, ricordare che per Melanie Klein il seno cattivo non è quello troppo presente,ma,al contrario, quello assente. Quindi preferiscono dimenticarlo!)
Anche perché la Klein scrisse i suoi tesi più importanti tra la fine degli anni ’20 e la fine degli anni ’50 e il latte artificiale non c’era, o meglio, il biberon era relegato ad un uso limitato ad orfani e casi particolari: allattare i bambini al seno e a lungo era la regola, quindi proprio non si perdeva tempo a valutare una cosa che era assolutamente normale.
Se mai se ne osservavano le distorsioni.
E tra l’altro secondo la Klein il seno cattivo (perché assente)era semplicemente l’altra faccia della medaglia del seno buono, quindi, anche qui, si rientrerebbe nel campo dello sviluppo normale del bambino normale.
Ma transeat, mi sono fatta trascinare, non era di questo che volevo scrivere, quanto, piuttosto di come sia emozionante osservare le varie fasi di crescita di un bambino proprio attraverso l’evoluzione del suo rapporto con la tetta.
Quando hai letto la teoria, sei sempre un po’ intimorita dal diventare madre, soprattutto al primo figlio. Dal secondo in poi impari a rilassarti.
E a guardare il miracolo che hai tra le braccia senza badare a tabelle e senza andare a consultare i testi sacri ogni volta che tuo figlio fa un ruttino.
Beh si, hai letto Winnicott e la Klein, appunto, sai come vanno queste cose….
Ma quanto è bello dimenticare tutte le nozioni per riscoprirle, dal vero, guardando tua figlia…
Ricordare la bimba appena nata che vede te,mamma, nella tua tetta, nella sua boccuccia, quel tutt’uno perfettamente simmetrico, nel quale tu, lei, la tetta, il latte, siete una cosa sola….
Rivedere la bimba di sei mesi che aspetta il seno della mamma, ormai distinto dalla mamma intera, che le sorride, che un po’ ciuccia e un po’ gioca, e si addormenta lì felice, con espressione beata.
E poi ancora l’evoluzione dalla tetta-pappa-contatto, alla tetta-pappa e tetta-contatto…
Fino al momento in cui ti accorgi che tua figlia non cerca più il seno, ma cerca te, che preferisce le tue braccia e le tue parole, che il seno non serve più a consolare o a soddisfare altri bisogni, ma che c’è tutto un mondo di sensazioni e di comprensione da poter offrire.
Fragola nelle ultime sere si è addormentata tardi, nervosa e stanca per via della tosse.
Ma si è addormentata tra le mie braccia,nel lettone,non al seno.
Due ciucciate di buonanotte, poi cerca una posizione comoda, stretta stretta al mio corpo, prende una ciocca dei miei capelli tra le dita e si addormenta.
Un’altra fase sta passando.
Un altro tassello nella sua crescita, nella sua mente che diventa grande e si stacca da me.
Ogni giorno un po’ meno “pezzo di me”.

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Elogio dell’amaranto denigrato

Me ne avevano parlato talmente tanto e talmente male, del povero amaranto, che dovevo per forza inventarmi qualcosa per renderlo commestibile.
Perché diciamoci la verità: l’amaranto è uno di quei cereali che fanno tanto bene, hanno mille proprietà nobili (in particolare l’alto contenuto in proteine altamente assimilabili)… Ma non è che a sapore e profumo stia proprio messo bene!
In realtà l’avevo comprato attratta dal nome (molto Gabriel Garcia Marquez) prima ancora di sapere cosa fosse.
Avevo letto le istruzioni di cottura sul retro del pacchetto e avevo pensato che sarebbe andato bene per farci polpette.
Complice l’avanzo di lenticchie che mi sorrideva dal fondo del frigorifero.
Una banalissima zuppa del giorno prima.
Beh, ho messo a cuocere l’amaranto in acqua salata e già dopo 10 minuti mi ero pentita di averlo comprato: un odore così sgradevole e muffoso da non potersi sentire!
Ma che schifezza!
Mi metto su fb, cerco il gruppo di mamme autosvezzatrici e prevalentemente veg, e chiedo numi.
Non una mamma che abbia preso le difese del povero amaranto: un coro unanime di “fa cagare!”.
E ora?
Non volevo darmi per vinta e ho deciso di perseverare.
Ho frullato le lenticchie molto asciutte, ho aggiunto una manciata di cereali misti in fiocchi, spezie in quantità, aglio e prezzemolo, semi di sesamo e di finocchio e infine il maleodorante amaranto.
Ho impastato tutto per bene e ho composto delle polpettine piuttosto piccole che ho poi rotolato nel pangrattato e nei semi di papavero e fritto in olio evo.
Vi dirò: non erano niente male.
L’amaranto, basta stordirlo per bene!

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Crocchette di farro alle verdure

Ecco una ricettina facile facile, che serve da base per poi variare a proprio piacimento, secondo quello che ci suggerisce la fantasia e….. I resti in frigorifero.
A metà strada tra l’arancino e la polpetta, queste crocchette sono buonissime da sole, come contorno, nei panini….
Insomma, fateci quello che volete!

Ingredienti per 4 persone (circa 20 crocchette)
500 gr di farro perlato bio
3 carote, 2 coste di sedano, 1 cipolla grande, una zucchina (o qualunque altra verdura sia di vostro gradimento: io le ho fatte anche con la salsa di pomodoro, le melanzane fritte e la ricotta salata)
1 uovo, mezza mozzarella fiordilatte, una fetta di scamorza affumicata
Parmigiano grattugiato e pangrattato q.b.
Aglio e prezzemolo
Spezie (quelle che vi piacciono di più, io uso solo un po’ di curry)

Tagliate le verdure a tocchettini e fatele saltare in padella (l’ideale sarebbe un wok) con un filo d’olio e un pizzico di sale.
Coprite la padella, abbassate la fiamma e terminate la cottura, aggiungendo, se serve, un goccio d’acqua.
Le verdure devono risultare morbide, ma non sfatte.
Nel frattempo cuocete il farro in acqua salata seguendo le indicazioni riportate sulla confezione: generalmente occorre una mezz’oretta x averlo ben cotto.
Unite in una terrina tutti gli ingredienti e componete delle crocchette piccole con le meni ben bagnate di acqua fredda, altrimenti appiccicano.
Passatele nel pangrattato e friggetele in abbondante olio evo.

Sono più gustose se le lasciate freddare un po’.
Buon appetito!

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Momenti

Mi siedo sulle scale della scuola e lascio vagare il pensiero.
C’è un po’ di sole che fa bene all’anima.
Inverno rigido questo, anche qui, in questa terra riarsa.
La mente vaga libera, senza vincoli, senza obbligati.
Mi rivedo in una mattina come questa, più o meno alla stessa ora, seduta su una panchina in piazza Dante.
Ho poco più di vent’anni.
Le lezioni all’università sono finite prima.
Sto lì a scaldarmi la schiena e scrivo.
Niente iPad, solo un quaderno dei miei, e una penna.
Sto scrivendo una lettera all’uomo che amo e che non so se resterà al mio fianco.
È un momento difficile.
Una storia in bilico tra l’amore e la responsabilità.
Scrivo come in trance, l’unico modo che conosco per lasciar fluire liberamente le emozioni.
Ho in tasca uno dei miei primi telefonini e lo controllo ogni tre secondi, sperando che il suo ostinato silenzio sia dovuto ad un problema di ricezione.
Macché…. Campo pieno.
E poi eccolo lo squillo.
Ecco il nome suo sul display.
Rispondo felice, la voce trillante… Non ho atteso invano.
Ma non è il motivo desiderato che ha dato spunto alla telefonata.
Sono io, chiama tuo padre.
Capisco e vorrei non aver capito.
Chiamo e faccio finta di nulla, come se niente fosse, come se non sapessi di che si tratta.
E invece ho già capito tutto.

Di mio nonno ho tanti ricordi, legati ad un’infanzia lontanissima.
Mi veniva a prendere a scuola, andavamo a comprare il pane e mi portava a casa sua, dove mia nonna, contravvenendo alle precise regole di mia madre, mi lasciava pranzare davanti alla tivù, su uno sgabello apparecchiato con una tovaglietta e con una seggiolina di legno verde dalla seduta in paglia.
Poi la nonna andava a riposare e io restavo con lui.
Mi comprava il Corriere dei Piccoli, con le storie di Pimpa e di Mafalda.
Costruivamo delle piccole città di cartone colorato.
Guardavamo i cartoni.
Sempre che non ci fosse il Giro d’Italia o il Tour de France.
Odiavo quelle gare ciclistiche che mi impedivano di godermi in santa pace Bim Bum Bam.
Ma mi piaceva stare in sua compagnia.
Non parlavamo molto, non era di quei nonni che raccontano storie e inventano giochi, o che ti accompagnano al parco.
Però mi prendeva in braccio per farmi guardare la Littorina, che passava fischiando proprio casa.
E mi insegnava a sbucciare le arance a spicchi e non in tondo.
E a giocare a scopa.

Poi un giorno qualcosa si ruppe dentro di lui.
All’inizio ridevamo dei suoi vuoti di memoria, del suo ripetere all’infinito sempre le stesse domande.
Erano gli anni 80, non si sapeva molto di questa strana malattia che inceppa i circuiti e ti fa perdere memoria di te stesso.
Del suo passato si ricordava ancora, del suo mare e di quella grande casa dove erano nati i suoi figli.
Ma cosa avesse fatto il giorno prima, era buio fitto.

Non andavamo più a fare la spesa insieme.
Prima dimenticò la lista degli acquisti, poi la strada di casa.
Poi i nomi degli amici e dei parenti.
E i loro visi.

Diciotto anni per annullare ogni briciolo della sua identità.

Alla fine la mia unica consolazione era essere una delle poche persone, insieme a sua moglie e a sua figlia, che ancora riconosceva.

Ho avuto la possibilità, grazie al mio uomo, di potermi prendere cura di lui, o meglio del suo corpo, durante gli ultimi giorni.
Prendergli una vena con le mani tremanti e lo sguardo velato dalle lacrime.
Ricucirgli una ferita che si era fatto in testa,cadendo.
Farlo io, da sola, per l’amore di non lasciarlo nelle mani di altri.
Occuparmi almeno del suo corpo.
Perché lui, in quel corpo grande, non c’era più da tanto tempo.

E poi quella telefonata.
E la voglia di cancellare gli ultimi anni e di ricordare solo i suoi momenti migliori, quelli finiti troppo presto.

L’ultimo ricordo è una fuga precipitosa fuori dalla chiesa, per non ascoltare le parole di un prete che nulla sapeva di lui e improvvisava frasi retoriche, buone per tutte le stagioni.
Ma non era una stagione qualunque.
Era un autunno piovoso, che ben si sposava con lo smarrimento di una giovane studentessa di medicina, che realizzò all’improvviso di essere troppo poco per riportare indietro quel nonno.

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Punti di vista

A volte, osservando mio figlio, mi rendo conto di aver perso di vista (o di perdere di vista a tratti) il suo essere semplicemente un bambino come tanti altri.
Con delle modalità espressive particolari, con dei comportamenti a volte bizzarri… Ma in fin dei conti, nient’altro che un bambino.
Un bambino la cui caratteristica peculiare, quella che lo rende così speciale, è l’assoluta mancanza di sovrastrutture.
Il suo candore.
Lui non mente, non si nasconde, non si protegge, non finge.
Ma crea, inventa, immagina, costruisce mondi alternativi dai colori sgargianti e dai suoni potenti.
E e le sue fantasie si tramutano immediatamente in parole, azioni, gesti.
A volte in maniera esplosiva e incontrollata.
E questo è ciò che noi chiamiamo iperattività: questa totale mancanza di filtri.
E ci sforziamo di insegnarglieli, perché i suoi comportamenti risultino più congrui all’interno di una struttura sociale e comunitaria.
“Non si canta in classe, non si chiacchiera con le fatine e gli elfi mentre si colora”.
E perché no?
Be’, perché e si disturbano gli altri, altrimenti quale sarebbe il problema?
Nessuno.
Però glielo si dice lo stesso anche quando in realtà non c’è nessuno da disturbare.
“La tivù si guarda stando seduti e non ballandoci davanti”.
E perché poi?
Ma perché ci disturba la sua incapacità di stare fermo, ci fa venire il mal di testa… Perché sennò?
In realtà che bisogno c’è di stare seduti?
Nessuno.

E mentre così riflettevo, mi è venuta in mente una bambina.
Una bambina che trascorreva lunghi pomeriggi in solitudine, disegnando e ritagliando bambole di carta dagli abiti sontuosi e inventando storie avvincenti e intricatissime.
Non una parola usciva dalla sua bocca, ma la sua immaginazione era un fiume in piena, un tumulto di voci, immagini, rumori, musica,colori, grida, temporali, mari in tempesta, spiagge assolate,teatri, castelli, nuvole, incantesimi, animali selvaggi, giungle, cavalieri, strade buie, amanti, assassini, soldati ballerine, amazzoni, maghi e non so che altro ancora.

Tutto nella sua mente.

Dall’esterno, una ragazzina silenziosa e un po’ anonima, incorniciata dal cono di luce della lampada da tavolo.
Pochi gesti precisi.
Disegnare, colorare, ritagliare.

Nella sua mente, universi creati per implodere.

Cosa sarebbe potuto accadere, se ciò che viveva dentro di lei, fosse venuto fuori?
Se ogni personaggio avesse detto la sua, se ogni sogno avesse preso vita, con ogni incantesimo, ogni danza, ogni battaglia, ogni magia?

Probabilmente si sarebbe detto che era matta.
O iperattiva.
L’avrebbero portata dallo psicologo, dal neuropsichiatra infantile, dalla psicomotricista.
Forse le avrebbero dato il Ritalin.

Per fortuna, tutto quel mondo tumultuoso e magico se ne stava ben chiuso nello scrigno segreto della fantasia e non faceva danni.
Niente Ritalin, quindi.
Pericolo scampato.
Peccato che tutti quei personaggi, gli amici inseparabili di una lunga infanzia (una volta l’infanzia era lunga, durava come minimo fino al ginnasio) a forza di restare custoditi nel cuore della bambina, cominciarono a sentirsi soffocare, mancava l’aria lì al chiuso, anche loro avevano voglia di uscire.
Ma non potevano.
(rischio Ritalin, ricordate?)
E così, man mano che la bambina cresceva, si trasformava in adolescente prima, in adulta poi, le storie e i personaggi dovettero lasciar posto ad altro: i desideri, le pene d’amore, la paura
dei professori, i calendari degli esami, le sbronze con le amiche, il batticuore della prima corsa in moto, lo sconcerto dell’innamoramento totale e definitivo.

Cose belle e cose brutte, ma tutte occupavano spazio…
E così le storie si rincantucciarono in un angolino sempre più piccolo, sempre più stretto…
Smisero di proliferare, diventarono asfittiche.
E poi morirono, per lasciare spazio ad altro.
La bambina cresciuta si tenne dentro il piccolo dolore di quel piccolo lutto e non ci volle più pensare.
Finche un giorno, la sua Fata madrina (si, quella bimba fortunata aveva una Fata madrina, una piccola signora mingherlina dagli occhi azzurri e i capelli di neve) non decise che era ora di ridar vita a tutte le storie, e con un lungo e paziente lavoro, riuscì a ritrovarle quasi tutte in giro per il mondo.
Non erano morte, erano solo sparpagliate.
E tornarono.
Ma questa è tutta un’altra storia…..

Quella bambina ovviamente ero io, una bambina normale, che stava alle regola, che rispettava il turno, non gridava e si sedeva quando glielo chiedevano.
E che ad un certo punto, si è persa tutte le sue storie per strada.
(benedetta Fata madrina, che gliele ha ritrovate!)

Mio figlio è stancante, sfiancante a volte, impossibile da tenere a freno, a tratti incapace di giocare con gli altri o di fare una cosa come la farebbe chiunque (poi ovviamente la fa in maniera diversa e a me incomprensibile, e ottiene risultati strabilianti)….
Ma è pieno di storie.
E quelle non stanno dentro il suo cuore,ma debordano all’esterno e invadono l’ambiente circostante, con gran frastuono.

Ecco, quello che che io non so, quello che mi chiedo, è se abbiamo il diritto, noi adulti “sani” di chiamare questa, malattia.
E di cercare di curarla.
Quando forse sarebbe più saggio metterci in ascolto dei bambini iperattivi e cercare di comprendere il loro mondo e il loro strano linguaggio.
Chissà…. Forse riusciremmo a recuperare le storie che erano in noi, e che abbiamo ucciso a suon di regole e catene.

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